Manchester by the Sea

Il dolore cattolico vissuto di fronte alla morte è molto egocentrico e, permettetemi di aggiungere, è molto banale. Perchè il dolore derivante dalla privazione è vissuta come una ingiustizia divina, come un tizzone ardente che rotola fuori dal camino ed incendia tutta una vita intera: tre per esser precisi.
Ma se si svuota, o meglio, si mette in risalto proprio non risaltandola la credenza cristiana del dolore; allora quest’ultimo assume un significato (necessario) sacro.
E mentre un vento invisibile ghiaccia i volti e le mani, la vita procede silenziosa verso un nuovo punto di equilibrio.
Uno zio -futuro tutore- ed un nipote devono decidere di loro, delle loro vite.
Il secondo ha tutto il suo mondo sul mare: una band, due ragazze, gli amici, l’hockey.
Il primo ha praticamente nulla eccenzion fatta per tre cornici contenenti tre piccole fotografie.
Ed è uno scontro continuo, incessante di dialoghi taglienti, ironici, amari, rabbiosi durante i quali Lee è un muro di silenzio, di borbottii smossi da rari e solitari atti di ira che portano all’autolesionismo; mentre Patrick è un fiume in piena con le sue passioni e le sue credenze e promesse.
Lee porta con se (e in se) un macigno d’infinito dolore che viene amplificato dalla scelta magistrale delle musiche del Messiah di Handel.
Ecco, le musiche sono rivelatrici del vero sentire dei protagonisti che a stento tramite le parole riescono ad esprimere l’inesprimibile –Non ce la faccio, Patrick! Non ce la faccio. Perdonami. Mi dispiace!-. Non vi sono dialoghi nelle scene sacre, vi sta soltanto il suono di archi e di organo quando gli occhi di Lee si allontanano da quelli di Randi (Michelle Williams) mentre quelli di Patrick cercano lo zio-padre.
Non vi aspettate il finale scontato che lo zio decide di prendersi cura del nipote: questo sarebbe una conclusione definitiva. Ma nel dolore non vi è nulla di definitivo. Tutto rimane sospeso: come un vecchio peschereccio dal motore nuovo che si muove a largo di Manchester, come un Adagio in Sol minore, come un pollo surgelato dentro un freezer che non vuole chiudersi.
Ecco, se avete voglia di vivere il dolore senza abbandonarlo ma accettarlo come un fatto autentico attraverso cui si può giungere al significato di una scoperta; non vi resta che sedervi sulla banchina di Manchester by Sea scorgendo in lontananza la Claudia Marie che solca, sotto un cielo grigio, un mare argento.

E forse, scoprendo che è stata fatta la scelta giusta.

Adieu au langage (1)

Al gate 07 di Fiumicino il giorno 07 (alla faccia della cabala) è stata la prima volta (per me) in cui la fila per la sky priority fosse più lunga, ma molto molto più lunga, di quella economy. Io, neanche a dirlo, era nella fila economy ed assieme a me vi erano altre 10 persone. Ecco, quello potrei dire è stato un volo di classe (cit. non molto velata di G.G.).
Ciò che detesto dell’aereo è che, in quella sottilissima membrana che ti separa dai -40 fuori,  non si ha alcuna percezione di un passaggio attraverso paesi, città e mondi diversi.
Non sai che stai attraversando vite.
E quando tocchi terra, voilà, ti ritrovi in un altro mondo senza conoscere la fatica di tutto lo spazio attraversato.
In questi viaggi si potrebbe persino pensare che nulla esista all’infuori della fusoliera che mi tiene sotto pressione. Sarebbe un atteggiamento molto realista e poco idealista.
Il dubbio. Si può dubitare del dubbio? Ma, ha senso la domanda?
Posso dubitare che in questo istante stia digitando sulla tastiera con le mie dita?

In questo giuoco linguistico non sono ammesse domande sul dubbio, in quanto anche dubitare presuppone certezza.

Il primo odore di una città è come quell’aroma che al mattino sorprende appena svegli: non ce se ne ricorda. Qual è il primo profumo che si gusta non appena la coscienza sconfigge, meglio, sbarra la porta dell’inconscio al nostro essere simmetrico?
Lungo le strade le fragranze sono tronfie e impastate di smog e di ansia con lievi accenni di diffidenza. Restano basite se offri loro un sorriso. Sono contente se vengono ammirate ignorandole. Nei caffè: i tavolini sono gremiti, i banconi sono gremiti, i dehors sono gremiti.
La salsedine arriva dal mare bianco di luce e di schiuma. Sotto il pontile parla la brezza con sbuffi irregolari tra i piloni vecchi di cent’anni. Due ragazze, forse amiche, accartocciate nei loro piumini stretti sui fianchi e troppo corti per proteggerle dalla sabbia curiosa sospinta dal vento. Il vento è irregolare. Famiglie accompagnano i bambini alla ricerca di brillanti conchiglie e vetrini preziosi sulla riva ferrosa. Tutto è sospeso tra un attimo e il suo successivo. A est, i sorrisi dei gabbiani immobili rimangono sublimati nell’aria salata.
Una domenica di coriandoli bagnati e speranze tradite dal dubbio di esser realizzate.
Ci sta polvere e sabbia alle spalle del lungomare dritto e costante di Ostia. Un cane rabbioso di vita rincorre l’ultimo autobus, che parte dal capolinea abbandonato tra pozzanghere dure di fango. I numeri civici sono segnati a penna su cartoncini appesantiti di pioggia. Ci sta nessuno. L’aria è ferma e in allerta come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro. Non accade nulla. Tutto tace. Dalle finestre di alluminio anodizzato alcun acciottolìo riempie via dell’idroscalo.