L’angoliera antica

L’angoliera antica di anni gocciolava profumi arcaici
misti di acacia e malva secca con gli occhi di
Kairos,
uno iato non colto tra le cosce bianche del Presente.
Ed io, e tu celavamo il corpo a corpo
ai generali di Caporetto:
tutto era un non-detto.
Il tabacco arricciato tra le dita affusolate della tessitrice
bianca di oscurità,
guadagnò le tue labbra, il tuo respiro
il tuo essere spirituale.
Tutto intorno era in dodici battute.
Dodici di ventotto:
ventotto di uno, due quattro, sette, quattordici.
La perfezione è persa per sempre sulle labbra di chi la pronuncia,
mentre l’errore rimane obelisco di saggina.
Salomè insegnò sulla sua testa

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Testről és lélekről

Cos’è reale? Il sogno o la veglia? Quale dei due (sogno o veglia) accade prima?
In un macello ungherese le vite di Mária e Endre si trovano a collassare (o forse, dispiegarsi) su una dimensione (quella del reale) in cui paure, solitudini, conflitti interiori, disfunzioni organiche si manifestano negli stringati dialoghi che i due hanno durante le pause pranzo.
Lui è il direttore finanziario del macello mentre Lei è un’addetta al controllo qualità carne. Nelle loro fisicità ci sta già tutto: Endre ha un braccio offeso, viso scavato lungo zigomi ossuti, barba incolta, fisico secco e asciutto; Mária è di un biondo etereo disarmante, magra, leggero (e affascinante) strabismo di Venere, una pelle dal candore lunare albescente e poi una dirompente memoria (effetto di un accennato livello di autismo).
Ecco, i due non si conoscono nella “realtà” ma si vivono in sogno in cui sono due cervi.
In quei sogni bastano a loro stessi ed Endre (un cervo possente, splendido dotato di un palco rigoglioso e perfettamente simmetrico) cerca incessantemente Maria nel bosco e alla quale dona del fogliame fresco celato da una coltre “bianca” di neve sfiorandosi appena il muso.
Cioè, loro si conoscono prima nel sogno (con delle fisicità differenti) e dopo nella realtà.
È una storia d’amore che si costruisce partendo da una base onirica e l’autenticità risiede proprio in questo: nel sogno posseggono quel linguaggio che permette di avvicinarli cosa che un luogo di lavoro come il loro non gli avrebbe permesso mai.
I dialoghi sono essenziali perchè hanno già comunicato (oltre il linguaggio) ed i primi piani sono totali.
E poi, le inquadrature dei dettagli rimandano una tale bellezza (la bellezza sta nei dettagli o anche, la bellezza sia il tuo fine): spoglie di ogni arricchimento scenico.
Quando scoprono la loro unicità le sole parole che potevano dirsi (in realtà è Maria che le dice a Endre) sono:

Io Credo che tu sia una meraviglia.

Non sono legati unicamente dagli stessi desideri, dalle stesse paure ma vi è qualcosa di profondamente altro che li unisce prima ancora che ne abbiamo coscienza (ricordate il sogno?).
È un legame al di là del tempo e dello spazio: quel bosco in cui s’incontrano è un non-luogo che esprime l’entanglement tra essi.
E tale legame si struttura piano piano con dedizione, con cura ed un mattone dopo l’altro arrivano a prendere coscienza (a svegliarsi): dapprima condividendo un pranzo, poi dormendo vicini ma non nello stesso letto.
È un lento (quanta non-lentezza appartiene oramai alle nostre vite) scoprire, conoscere ed entrare in contatto con la follia dell’altro -…He laughed at my sins, in his arms I must stay.

E, finalmente la vera scoperta è quella della musica: l’immagine di Maria, delicatamente curva e dolcemente bianca, nella luce fioca e calda della lampada di fronte ad uno stereo da cui ascolta “What he wrote” trasmette il piacere silenzioso dell’emozione senza linguaggio. La dimensione musicale le fa sconfiggere il timore di ogni contatto fisico: di una carezza sul dorso di una mucca, dello sfiorare l’erba morbida di un prato, del caldo sole che le bagna la pelle per la prima volta.

Al mattino trovarsi a fare colazione e chiedersi:-Tu cosa hai sognato?
Dissolvenza del bosco…