Adieu au langage (1)

Al gate 07 di Fiumicino il giorno 07 (alla faccia della cabala) è stata la prima volta (per me) in cui la fila per la sky priority fosse più lunga, ma molto molto più lunga, di quella economy. Io, neanche a dirlo, era nella fila economy ed assieme a me vi erano altre 10 persone. Ecco, quello potrei dire è stato un volo di classe (cit. non molto velata di G.G.).
Ciò che detesto dell’aereo è che, in quella sottilissima membrana che ti separa dai -40 fuori,  non si ha alcuna percezione di un passaggio attraverso paesi, città e mondi diversi.
Non sai che stai attraversando vite.
E quando tocchi terra, voilà, ti ritrovi in un altro mondo senza conoscere la fatica di tutto lo spazio attraversato.
In questi viaggi si potrebbe persino pensare che nulla esista all’infuori della fusoliera che mi tiene sotto pressione. Sarebbe un atteggiamento molto realista e poco idealista.
Il dubbio. Si può dubitare del dubbio? Ma, ha senso la domanda?
Posso dubitare che in questo istante stia digitando sulla tastiera con le mie dita?

In questo giuoco linguistico non sono ammesse domande sul dubbio, in quanto anche dubitare presuppone certezza.

Il primo odore di una città è come quell’aroma che al mattino sorprende appena svegli: non ce se ne ricorda. Qual è il primo profumo che si gusta non appena la coscienza sconfigge, meglio, sbarra la porta dell’inconscio al nostro essere simmetrico?
Lungo le strade le fragranze sono tronfie e impastate di smog e di ansia con lievi accenni di diffidenza. Restano basite se offri loro un sorriso. Sono contente se vengono ammirate ignorandole. Nei caffè: i tavolini sono gremiti, i banconi sono gremiti, i dehors sono gremiti.
La salsedine arriva dal mare bianco di luce e di schiuma. Sotto il pontile parla la brezza con sbuffi irregolari tra i piloni vecchi di cent’anni. Due ragazze, forse amiche, accartocciate nei loro piumini stretti sui fianchi e troppo corti per proteggerle dalla sabbia curiosa sospinta dal vento. Il vento è irregolare. Famiglie accompagnano i bambini alla ricerca di brillanti conchiglie e vetrini preziosi sulla riva ferrosa. Tutto è sospeso tra un attimo e il suo successivo. A est, i sorrisi dei gabbiani immobili rimangono sublimati nell’aria salata.
Una domenica di coriandoli bagnati e speranze tradite dal dubbio di esser realizzate.
Ci sta polvere e sabbia alle spalle del lungomare dritto e costante di Ostia. Un cane rabbioso di vita rincorre l’ultimo autobus, che parte dal capolinea abbandonato tra pozzanghere dure di fango. I numeri civici sono segnati a penna su cartoncini appesantiti di pioggia. Ci sta nessuno. L’aria è ferma e in allerta come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro. Non accade nulla. Tutto tace. Dalle finestre di alluminio anodizzato alcun acciottolìo riempie via dell’idroscalo.

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