Zero, Uno, Qubit…E la Grazia (2)

Rollò una sigaretta con del tabacco fresco, mentre dava il tempo a 0 e 1 di meditare su quello che avevano ascoltato.
La piazza gremiva di voci, di bottiglie vuote e di risate. Tutto scorreva nell’aria fresca romana. Il primo a rompere il silenzio fu 1.

-Beh, tu puoi dire quello che vuoi però alla fine se vogliamo comunicare abbiamo bisogno di risposte certe: vere o false che siano e per adesso non preoccupiamoci di frasi che non sono né vere né false. Se voglio comunicare qualcosa di sensato devo parlare per stati ben definiti, per regole ben definite, o quanto meno bisogna accordarsi su un set di regole da cui poi partire per instaurare uno scambio d’informazione.-
A questo punto qu’ fece un ghigno di soddisfazione dopo aver ascoltato le parole sicure e certe di 1. -Ma tu sei certo che ogni concetto che tu vuoi comunicare, giunga così come tu lo concepisci al tuo interlocutore? Hai una Fede infinita verso le regole che si utilizzano in un gioco linguistico come lo denominò Wittgenstein. Se tutto è creato e fatto in accordo a delle regole allora ogni cosa può esser fatta in totale disaccordo con esse.
A questo punto 1 e 0 esplosero in una risata di derisione completa. -Se io voglio passare un bit d’informazione-,disse 1 e 0 annuì,- copio semplicemente questa informazione ed ecco che , voilà, l’informazione è arrivata. Lo stesso identico bit copiato e condiviso.-

Risposta di qubit (e da qubit soprattutto)

Beato a te che riesci a fare copie di bits! Noi qubits non possiamo venir clonati in alcun modo. L’informazione (infinita che possiamo contenere) non può esser riprodotta facilmente, anzi è praticamente impossibile. E inoltre, peggio se possibile, io non conosco neanche la mia informazione. E tu mi dirai quindi se neanche conosci la tua informazione come puoi pretendere di comunicarla?
Beh, il mondo che abito è bizzarro e sembra non esser regolato dalle classiche regole logiche aristoteliche; e questo permette, nonostante la mia ignoranza, che la mia informazione ignota giunga in un altro punto dell’universo.
Adesso non voglio dilungarmi sul come sia possibile ma è possibile.
Ciò che voglio farvi intuire è che mentre voi vivete nella definita certezza del vostro esser 1 e 0, io sono completamente indeterminato ma non con un’accezione negativa (perchè alla fine io collasserò in uno dei due stati). E nonostante ciò io riesco a teletrasportarmi e il mio ignoto può essere riprodotto altrove. Come è possibile?
Semplicemente utilizzando un’altra coppia di qubits strettamente entangled fra loro. Eh, voi avete mai letto qualcosa di Matte Blanco? Ovviamente no! Bene, sappiate che quello che vi sto dicendo riguardo le mie proprietà di sistema semplice, egli le ha trattate per gli aspetti psicologici dell’uomo e ad un livello, a parer mio, simile anche Ludwig Wittengenstein.
Ma tento di far ordine un po’.
Ricordate che vi ho detto che io posseggo un’informazione che non conosco, o almeno conosco solo a determinati livelli, e tale informazione la voglio trasmettere ad un altro qubit in un altro luogo? Ecco, complessificando un po’, questo è ciò che avviene nelle comunicazioni umane. E non mi riferisco alle chiacchiere di nulla che mediamente si possono fare (ma questo dipende dal linguaggio che si usa…E questa è un’altra storia), ma allo scambio che avviene nei diversi ambiti del sociale.
Si può comunicare a diversi livelli e più a fondo si tenta di andare più intricata e intrigante si fa la faccenda.
Nei livelli più profondi l’aspetto dividente del linguaggio inizia a cigolare, e qui l’espressione linguistica utilizzata da MatteBlanco è perfetta: due specchi paralleli.
Come possono cogliersi due specchi paralleli? Non possono cogliersi se non quando qualche oggetto attraversa lo spazio fra di loro.

Ecco perchè voi (miseri) bits dovete a un certo punto cessare/troncare le vostre sequenze perché non tutto può essere espresso con il linguaggio dividente. Ed ecco perché per voi tutto collassa sempre in uno stato, ben definito (per carità), ma sempre riduttivo e riducente. Ed è vero che non vi può esser conoscenza senza porsi un limite…Ma lasciatemi dire che oltre quel limite vi sono dimensioni reali.
Ora, appurato che il linguaggio non può trasmettere sempre tutto, come esperire tali dimensioni?
Vi è sempre un non-detto in una comunicazione anche quando si vuole esser il più precisi possibile. Vi sarà sempre una quantità anche minima che non verrà comunicata.
Ma quell’epsilon non detto è quell’epsilon che si mostra. Si mostra oltre il linguaggio.
E dove è maggiore la quantità di non detto? Nelle emozioni.

Vedete quei due ragazzi laggiù, quanta intimità nel tocco gentile delle mani e quanta chiarezza nei loro sorrisi e nei loro abbracci. Non hanno bisogno di dire: mostrano ciò che sentono. Non possono utilizzare le parole perché sarebbe come farli collassare in uno stato di zero o di uno. Adesso stanno in super-posizione: sono tutto ciò che loro vogliono, desiderano, sono fuori dal tempo in questo istante che noi stiamo sbirciando da dietro la fontana. Sperimentano l’unità cogliendosi diversi.
Credo che chi abbia la capacità di spezzettare, di sminuzzare il mondo e poi riesca a tenerlo unito, a coglierlo tutto assieme; beh, questi sperimentano attraverso i loro corpi finiti l’infinito.

E l’emozione, che a detta di uno scoiattolo blu
è la forza più forte di tutto l’universo, può esser presa come esempio di ciò che vi sto dicendo.
In Amore, per cui non v’è una definizione, il linguaggio utilizza un lessico folle.
Quando si ama, si ama e quando non si ama, non si ama. Apparentemente un perfetto sistema binario. È vero. Ma la particolarità è che quando si ama, si ama con tutto il nostro Io, la nostra fisicità: non c’è spazio per altro all’interno di noi. Eppure non è che non sperimentiamo altre emozioni quando si è innamorati, ci mancherebbe!
E allora come può avvenire questo? Sembra una contraddizione! Lo è se si pensa in termini delle 4 dimensioni che percepiamo, e qui il discorso di Matte Blanco è illuminante.
A livelli sempre più profondi, i legami, meglio, le relazioni tra gli oggetti diventano sempre più complesse in quanto vi è sempre più identificazione a classi sempre più vaste.
Mi seguite? -(0 e 1 dovettero dar fondo a tutta la loro astrazione per seguire qubit in questo mondo multi/infinito-dimensionale)-
Come saprete vi è uno scontro acceso, scientificamente parlando, tra i sostenitori della meccanica quantistica e quelli per cui è soltanto una teoria incompleta.
Essenzialmente, il nodo cruciale è la misurazione. La teoria non è in grado di spiegare la causa del perché avviene quel peculiare processo di collasso quando interagiscono un misuratore macroscopico ed un sistema microscopico. Il problema della misura deriva dal fatto che l’atto pratico di misurazione va a favore della riduzione, cioè uno stato ben determinato come sostenete voi bits: un misuratore alla fine rileva un solo risultato definito.
Ecco, deve quindi esservi un punto (non ben identificato nel tempo e nello spazio) in cui le mie regole cessano ed iniziano quelle della fisica classica. Ora, questo processo di misurazione può essere sempre più raffinato, generando la cosiddetta Catena di Von Neumann, ma vi sarà sempre un salto per cui si supera il confine.

Similmente accade con il modo di essere simmetrico/asimmetrico dell’uomo. Nei livelli più alti di asimmetria (dove se io sono figlio di mio padre allora mio padre NON è mio figlio) tutto è ben definito, collassato per così dire. Ma iniziando una discesa (si prefigura sempre uno spazio in questa discesa) i rapporti di simmetria-asimmetria variano e mutano in modo discreto, cioè sono quantizzati. La funzione che misura il rapporto simmetria-asimmetria è definita sui numeri Naturali (ogni numero naturale rappresenta una certà quantità di simmetria, quindi maggiore è il numero maggiore è la simmetria) ma l’immagine (matematicamente intesa) non è ben definita, proprio perché l’essere simmetrico è visto come il limite di tale funzione.
Il passaggio tra simmetrico e asimmetrico fuoriesce da quel piccolo e angusto spazio che è l’inconscio freudiano. Eh, lo so! Non guardatemi con queste facce perplesse e scettiche!
Vi sto dicendo che la meccanica quantistica e il modo di essere dell’uomo non sono così lontani. Forse, e dico forse, sono due linguaggi per riferirsi alla stessa identica cosa.
In esse v’è insito il concetto di soglia o di limite, che non può essere colto come qualcosa di fisico, di spaziale. E come se ad un certo punto la Natura compiesse un balzo e, per così dire, avesse un’intuizione che la fa passare da un mondo all’altro, da quello quantistico a quello classico/macroscopico e viceversa.
E così il passaggio dalle relazioni asimmetriche a quelle simmetriche avviene per una intuizione, è la coscienza che coglie se stessa: il momento in cui i due specchi paralleli colgono l’altro senza che vi sia passaggio di materia fra i due.
È un crescendo continuo, intenso, alluvionale, accrescimento senza spazio e tempo, v’è movimento senza spazialità, v’è durata senza tempo.

Sentite gli archi, così cadenzati e puntuali, attaccano ma già da subito (e quindi da sempre) gli ottoni, una debole voce, li accompagnano. Gli archi melodiosi parlano, usano un linguaggio dividente il quale, benché rinchiuso in battute e ritmo, inizia a far perder contatto con la terraferma per inabbisarsi nelle voci liquide e profonde dei tromboni e corni francesi: Chevaliers de Sangreal
È il gomitolo di lana che si coglie tutto assieme, come diceva Henri Bergson nella sua opera Saggio sui dati immediati della coscienza.
Beh, ma adesso stiamo giungendo davvero in acque profonde dove i limiti non sono più certi. E per affrontare tutto questo ho bisogno di un’altra paglia e un’altra IPA gelata…

(continua…)

 

 

 

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