Albedo

Rientrando dalla Norvegia frugavo nell’edicola dell’aeroporto alla ricerca di una rivista da leggere per distrarmi nel volo (io mal tollero volare…Ma questa è un’altra storia).
Quando lo sguardo mi cade sulla rivista Scientific American: Entangled black holes. Preso, subito!
L’argomento chiave dell’articolo è essenzialmente l’ipotesi (speriamo non azzardata) che in “realtà” gli stati entangled di particelle subatomiche hanno una precisa geometria che è quella dei wormholes; vale a dire, riducendo estremamente, wormholes ed entanglements sono strettamente correlati. Non voglio adesso parlare di cosa siano i wormholes e l’entanglement quantistico in quanto su internet vi è una pantagruelica raccolta di articoli, video, immagini e Dio solo sa cos’altro in merito all’argomento. E poi sarebbe un ripetermi in modo molto impreciso non essendo un esperto di questo ambito: quindi evito.

Tento di andar al punto che io reputo cruciale di tutta la questione.
Sostanzialmente un wormhole sarebbe il corrispettivo relativistico dell’entanglement quantistico e quindi tramite la geometria del primo si possono studiare le proprietà del secondo; verrebbe quasi da dire:”Tutto è geometria”.
Ora, secondo l’interpretazione di Copenhagen si ha che un’osservazione distrugge le superposizioni e fa collassare la funzione onda in modo tale che questa restituisca un unico risultato (entanglement-wormhole), mentre nella nuova interpretazione non vi è mai un reale collasso delle superposizioni anzi al contrario tutte si realizzano. Ma è l’osservazione che fa prender solo un “ramo” di questo albero quantistico di realtà e cosa più importante: questo processo è potenzialmente irreversibile (se si esclude l’enorme complessità di stati entangled).

Fine parentesi semi-matematicalfisica.

Quindi, un attimo:-La meccanica quantistica mi sta (forse) dicendo che il bel mondo continuo che vivo e in cui vivo è il risultato di stati entangled che pian pian diventano meno visibili non appena la scala aumenta?-. Sì.

Adesso compiamo un salto enorme e riportiamo l’infinitamente (ma discreto) piccolo nel sociale, o meglio quel che ne rimane del sociale: le relazioni umane.
Nell’ultimo docu-film La teoria svedese dell’amore (di Erik Gandini) emerge la necessità di creare una società di individui indipendenti da tutti i membri della società di cui fanno parte. Assurdo? Per alcuni politici svedesi non è così.
Bizzarrìe politiche a parte, non credo si possa esser indipendenti da tutti anche perchè la prima forma di interazione che sperimentiamo (La nascita) è assoluta dipendenza dall’altro.
Nell’ultimo decennio si è passati ad una società di singoli in cui tutti facciamo le stesse cose ma da soli. Durante le romane attese ai semafori, con Dexter Gordon nelle orecchie sul mio fido destriero, trovo sempre a destra e a sinistra persone curve sugli smartphones (che di smart hanno nulla) a soddisfare la loro voglia di scroll-down.
E nei rapporti umani è rimasto niente di umano ma tutto è virtualmente vero in rapporti realmente falsi. Abbiamo subito una seconda mutazione antropologica (Pasolini docet): dalla memoria a disco rigido a memoria volatile. Una società di RAM singole e volatili.
Si memorizza fintantoché serve aver in memoria un concetto, una nozione, una persona e poi –puff- si rilascia per far spazio ad altro…Solo temporaneamente.
Si è avidi di tempo e si crede di non averne mai abbastanza, o meglio, ci hanno convinto di ciò. Ma il Tempo è l’unica cosa che abbonda in questo Multiverso.
E in questa convinzione non ci si ferma più, non ci si accosta più all’Altro bensì lo si divora, lo si consuma e lo si getta via. Tutto e subito! “A pensarci su sembra partire tutto dagli anni settanta: dalla richiesta dei diritti si è passati alla pretesa che ognuno possa esprimere se stesso senza dover tenere in considerazione che esistono altri.” (cit. Vale)
Si vive la Vita nell’ottica di Krónos: divorare e annientare tutto.

E poi non v’era spazio da vivere e tempo da rincorrere:
erano loro i creatori del tessuto

erano loro il presente assoluto
erano i suoi occhi calde nocciole
era il suo sorriso come Luna di notte
erano le sue mani gentili a sfiorare l’anima
erano le sue paure le sue bellezze.

Poi sfuma tutto dietro le assurde scadenze e incombenze di fatti inutili che imprigionano i nostri occhi, i nostri pensieri verso cose prive di significato intrinseco…
Tutti indaffarati a trovare un posto nell’uccellaia della vita (di questa vita) dove la trama della gabbia è talmente assottigliata perchè siamo noi stessi quella gabbia.
E non abbiamo un solo velo di Maya di fronte ma una quantità non-numerabile di filtri che si realizza nella solitudine innata poichè negli occhi dell’altro vediamo solo un vuoto portatore di nulla. Ecco, forse abbiamo entizzato il Nulla!
Il senso greco del vivere l’abbiamo dimenticato dietro la rincorsa di cose, di bisogni, di desideri instillati dall’esterno. Ci hanno fatto creatori di bisogni e divoratori di consumo.
Si è tutti nella rete (web) e quindi la rete non vi è più: siamo Noi la rete.
E cerco senza soluzione di continuità quei due occhi, quei soli ed unici occhi di fronte ai quali so di viver la Grazia che come montagna di neve va protetta e curata.
Tra le coste frastagliate di Eusa posso avvicinarmi a quei due occhi greci.

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