Un padre, una figlia

 

Nel grigio torpore di un paesino incastonato (o forse, incastrato?) tra i monti della Transilvania, un’aggressione è l’evento scatenante di dinamiche relazionali che minano la credibilità e la realtà di un mondo puro e cristallino.

È uno scontro tra un padre ed una figlia: uno scontro di mondi incommensurabili. La speranza perduta di un genitore di cambiare il mondo (locale) è la spinta emotiva che adduce ogni tipo di azione per ottenere lo scopo: allontanare la figlia da quella realtà in una, quella di Cambridge (Università di psicologia), dove si potrà realizzare e creare un suo mondo perfetto. Poco importa se verrà macchiata da un peccato iniziale (corruzione di presidi, professori, politici): lo scopo è la sola cosa che conta, è l’unica cosa reale. Non c’è spazio-tempo per dubitare e tentennare. Bisogna agire. E non vi sarà alcun prezzo da pagare perché è così che vanno le cose da quelle parti.

Soltanto l’onestà di una madre, tradita e abbandonata ai suoi libri, ha scontato il prezzo di ciò che il mondo non può accettare e contemplare come atteggiamento sociale. E la figlia messa al muro non solo dal suo aggressore ma anche dal padre, è forzata a stuprarsi moralmente lasciando un segno di riconoscimento sul compito di maturità che le segnerà tutta la vita futura.

Si può creare una vita perfetta partendo da un’onta amorale? In fin dei conti tutti mentiamo (anche a noi stessi), quindi se si può fare perchè non farlo? E se lo fanno tutti perché non farlo? Perché?

Perchè ci sta sempre una scelta diversa, anzi, ci stanno infinite scelte che non comportino corruzioni morali (che, per inciso, sono perversioni umane). Bisogna soltanto avere il coraggio di creare qualcosa che vada al di là della pura realizzazione dello scopo, perché non è lo scopo che realizza un’azione ma è l’intento che gli dona realtà.
E la realtà che Eliza sceglie è quella voluta da lei e non dal padre, è una realtà ignota perché non è marchiata dall’analisi del rischio valutata nelle scelte del padre.

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