Unico Pensiero

“Non si può pensar più di una cosa per volta.”

È pacifico il concetto espresso da questa frase nel momento in cui il pensare è un fluire, o meglio, una successione ben scandita. Ma cosa accade se un unico pensiero si arresta? Se il pensare diviene il pensare quell’unica, specifica cosa?

Tenti di frugare tra i milioni, miliardi di pensieri che prima erano ben distinti gli uni dagli altri. Erano lì chiari come il sole al mattino: ognuno etichettato con il suo nome. Tutto era diviso e separato. Ma quando i pensieri collassano in uno solo, continuo, incessante, costante e fermo come riuscire a veder altro? Cosa diventano i nomi quando tutti identificano un unico concetto (a dire il vero non so neanche se sia corretto nominarlo concetto)?

Perde senso ogni tipo di linguaggio quando vi è identificazione, quando Tutto diventa simmetrico.

Esiste in geometria complessa un teorema che afferma (evito di dare la formulazione matematicamente corretta) che dato uno spazio (può  avere qualsiasi tipo di dimensione, ma per avere un’immagine visiva (esistono immagini non visive?mah) pensate ad una curva) con un numero di singolarità arbitrario (nel caso della curva pensatela come intrecciata in un numero finito di punti che possono anche essere infiniti), esiste sempre un nuovo spazio in cui queste singolarità vengono risolte (nell’esempio della curva, vuol dire che i nodi vengono sciolti). Bene. Adoro sempre tradurre il linguaggio matematico e utilizzarlo (per quanto possibile) in altri ambiti, quindi: proviamoci.

Stando così le cose (è un teorema quindi è vero!) per quanto una situazione possa apparire complicata e intricata vi è sempre una soluzione (e attenzione non è una risoluzione). Se da una parte può apparire rassicurante dall’altra (e questo è l’aspetto più importante del teorema) non è così. In quanto esiste una soluzione ma non si sa quale sia e inoltre le soluzioni possono essere infinite, e nella maggior parte dei casi lo sono. Insomma esiste solo una condizione di esistenza della soluzione non sul modo di trovarla.

E quindi, ritornando sull’unico pensiero presente, costante, incessante, perpetuo (sapete l’assenza del tempo?) dove può essere la soluzione? Non può essere collocata in uno spazio se spazio non v’è e non può neanche esser aspettata se tempo non v’è. E dunque che fare? Anche l’agire presuppone le categorie di spazio-tempo.

Stando le cose così sembrerebbe non esserci via di uscita (di nuovo implicherebbe spazio).

La soluzione non va cercata nel linguaggio o con il linguaggio. Bisogna ricacciare il pensiero da dove è venuto fuori. Ma si può pensare di rimuovere consciamente facendolo precipitare nell’unità dell’essere simmetrico? Può essere un atto cosciente? Ovviamente non credo.

Qual è il solo linguaggio che destruttura il linguaggio dalle sue categorie asimmetriche di spazio e tempo pur essendo intrinsecamente definito da queste? La Musica.

Nel linguaggio musicale si può esperire quello spazio intermedio tra l’ordine dei linguaggi articolati e il disordine dell’asimbolico, fra la chiarezza dei contenuti di coscienza e l’oscurità della dimensione inconscia, in una sfera in cui coesistono attività organizzative razionali e vissuti di continuità indistinta.

Nella musica una possibile soluzione a questa incessante pienezza di pensiero: questo unico pensiero. E quel pensiero è Lei, il pensiero di Lei. È come non aver più spazio dentro di sé, come se il corpo non bastasse più e il mondo neanche, e l’universo tutto uno spazio troppo angusto e stretto. È il mondo che si nutre di sé da sé. Non assiste alla sua distruzione perché nel distruggere divora tempo e spazio: divora il suo essere stesso.

E i suoi occhi incorniciati da gote a chiavi di violino sono il profondo abisso divoratore e creatore di quel solo ed eccezionale impulso che è il desiderio spogliato d’intenti, di finalità. È la simmetria che sorge in un soffio sudato, sofferto dentro l’ottone sgangherato.

E il pensiero diventa un blob informe.

 

 

 

 

 

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