Scelta di parole (parte2)

Mettiamo un pomeriggio di Agosto, mettiamo due sedie di plastica appiccicosa verde, mettiamo un tavolo (anche questo verde) all’ombra di un pino mediterraneo appesantito dal caldo. Ecco mettiamo tutto questo assieme. Poi aggiungiamo: LA VIOLENZA.

-Ecco, devo dirti, che alcuni li capisco: hanno sperimentato solo quello nella loro vita. Viva Dio non hanno avuto alcuna esperienza positiva. Ovvio che per loro il mondo è uno schifo. Ma un altro proprio irrecuperabile, non ha minimamente percezione dell’errore (o degli errori). Ecco, su questo (e con questo) non si può fare alcun tipo di terapia-.

-Fanno ciò che vogliono? Sono espressione diretta di volontà?-. Mentre lo dicevo mi veniva in mente lo Zarathustra. Poi due giorni dopo incontro (e inciampo grazie a Mauro) su La schiuma dei giorni e leggo:”Certe regole non hanno bisogno di esser formulate per essere seguite.”

Può uno psicopatico seguire regole che non sono state formulate e quindi inaccessibili a noi? E noi non potremmo seguire delle regole inaccessibili agli psicopatici? Sono d’accordo sul fatto che per noi (uomini occidentali) il mondo nasce da un rifiuto, ovvero da uno scontro. Noi percepiamo altro da noi e questo in qualche modo ci rende degni di esistenza.

“Il bimbo prende il latte materno e sa che è buono.” (cit. Vale)

Il bimbo prende il latte e sa che esiste. Ora, se gli psicopatici abitassero un mondo che non è nostro? Non inteso nel senso di possesso, bensì come luogo che realizza la nostra esistenza.

Mi verrebbe da dire (e lo dico):”Esprimono la loro volontà.” Ed in quanto espressione di volontà è estremamente violenta e poi se si aggiunge che sono completamente non curanti delle nostre “leggi” (e regole comportamentali) arrivano ad essere identificati con la violenza pura.

Per un momento lascerei il senso di colpa (grazie sempre a Vale, devo informarmi su cosa sia meglio: senso di colpa o la vergogna) e mi soffermerei sull’espressione della volontà.

Forse non capiamo atteggiamenti violenti (o meglio, quelli più estremi) perché le nostre vite sono castrate nella violenza: abbiamo regole non scritte e scritte. Spirito di sopravvivenza? Conservazione della specie? Non saprei.

Quello che so per certo, nonostante gli approcci scientifici alla questione, è che questo modo di “percepire” il mondo è frutto di relazioni sociali, le stesse che hanno la buona intenzione di regolamentare e limitare la violenza.

Quindi più che condannare (ovviamente lo diventa necessario vivendo in una realtà sociale), a me viene da accostarmi a questo mondo. La violenza è ciò che ci fa uomini.

Ma quello che disturba, forse, è percepire che la violenza ci rende vivi e se siamo vivi vogliamo. Ovviamente vale anche il viceversa.

D’altronde violenza e volontà hanno la stessa radice. (Quante cose destabilizzanti permette di fare il linguaggio…Una nostra invenzione!)

Ora, quello resta di quelle chiacchiere (mai vuote, mai banali e piene di significati), oltre a due bottiglie vuote e due calici arsi, è il completo disvelamento che non vi è un solo mondo (moNdo) da vivere e cosa più assurda (se si ragiona secondo i nostri paradigmi sociali): ogni espressione di vita è una manifestazione della violenza.

La nostra società, anche se preferisco definirla come il nostro modo di abitare il mondo, ci ha permesso di evidenziare che la violenza possa essere mitigata, livellata, discretizzata (livelli asimmetrici nettamente predominanti su quelli simmetrici) ma non può essere annullata e annientata ne andrebbe del nostro stesso esistere.

Quindi la domanda che mi pongo è:”Cosa rende le regole sociali regole e non eccezioni?”.

 

 

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