Scelta di parole (parte1)

– Cos’è la parola? È limitante perché non puoi dire tutto e non puoi dire quello che pensi. Solo i poeti ce la fanno. Quindi la parola è niente.-

Ieri sera durante una cena, facendo indovinelli ideati da Smullyan, una ragazza, nel tentativo di risolvere il gioco “questa l’hanno fatta a me“, è arrivata a concludere che la parola è niente. Adesso non è tanto importante (secondo me) la conclusione a cui è giunta bensì la domanda ritengo fondamentale (e per certi versi cruciale).

Sento già un enorme disagio di fronte a questa domanda in quanto è costruita con parole e si chiede cosa sia una parola. Questione spinosa ma intrinsecamente interessante.

Parlar oltre il linguaggio non è da tutti e forse alcuna persona potrebbe riuscirci (ma qui cadiamo nel campo del possibile). All’interno del recinto sicuro e insidioso del linguaggio noi creiamo il mondo che ci circonda e che ognuno di noi percepisce come una periferia sconfinata (anche se poi non lo è) di un unico, incrollabile, onnipresente e immarcescibile centro: noi, appunto.

Un tempo credetti che la parola fosse il mezzo per giungere al significato. Poi pensai che la parola fosse un feticcio (ad hoc) per esprimere ciò che riteniamo inesprimibile altrimenti. In seguito cambiai visione, credendo che fosse un costrutto ideato per particolarizzare ciò che invece era universale. E se adesso mi fermo (fermo?) a pensare alle definizioni a cui sono giunto: potrei proseguire con una lista di almeno una decina di voci. Quindi stop.

Però tutte le mie definizioni (o idee, o pensieri o qualunque altro nome vogliate appioppargli) erano, e sono, caratterizzate da un completo, invadente senso d’incompletezza su cui aleggia un profondo senso d’ineffabilità (mi ha sempre intrigato la parola ineffabile: esprimere attraverso il linguaggio ciò che non è esprimibile dal linguaggio. Strana creatura il linguaggio).

Adesso, questo non l’ho lasciato puro elucubrazione mentale ma ho provato a riportare queste mi osservazioni nel mio vivere la socialità. E cosa ho avuto modo di sperimentare mi ha spiazzato e meravigliato al contempo.

La parola è stuprata, abusata, storpiata, e usata in modo scelleratamente inconsapevole.

Mi sono trovato spesso a far chiacchiere di circostanza e che non esprimessero alcun tipo di significato e la cosa ancor più triste: non portavano alcuna informazione. La più banale delle attività sociali, quale è star seduti ad un tavolino sorseggiando un bicchiere di vino o di birra o un cocktail, assieme ad un altro individuo (poco importa se uomo o donna): è l’attività più distruttiva per il linguaggio. È distruttiva non nel senso che viene annientato, anzi delle volte si parla troppo, male e non vengono pesate le parole. Misurarle per giungere ad una commistione di lemmi che possano esprimere l’inesprimibile della nostra unica realtà: quella unità indescrivibile, primordiale, imperscrutabile, irraggiungibile che sfiora le nostre vite.

Provo un enorme senso di insofferenza nel tentativo di comunicare. Insofferenza che tento di diminuire scegliendo minuziosamente ogni singola parola come il più attento controllore della qualità linguistica. E non per un senso estatico o di bellezza fonetica ma perché credo che scegliere le parole è come scegliere se stessi (uno dei nostri apparire tra le infinite opportunità). Può appararire come un mero gioco social-linguistico, e non nascondo che delle volte è stato (ed è) così; però il profondo e reale motivo è saper scegliermi. E le parole, limitanti e limitate (in numero sicuramente), creano il mondo che vivo: quindi perché non scegliere il mondo in cui vivere?

La scelta c’è: non v’è destino, non v’è ordine precostituito. Forse viviamo un’illusione vera.

La mia insofferenza/agitazione nasce forse dalla scelta erronea che ho fatto di me? Sto scegliendo le parole sbagliate? E se sì, come riuscirei a capire quale siano quelle da scartare? Riesco a modularmi sugli altri a livello linguistico (entro i miei limiti di conoscenza), ma il sentire l’altro non riesco a esprimerlo con il linguaggio. Non posso affermare di non riuscire ad accostarmi all’abisso dell’altro ma tramite la parola non riesco ad esprimerlo. È l’espressione che mi manca.

Un dubbio:- E se anche io dicessi nulla? Se m’illudessi di comunicare e quindi la mia pretesa di ricevere risposte fosse uno scavar nell’acqua?-.

Certezza:-Esistono i dubbi-. (Quante cose riesco a far con il linguaggio).

E vedo occhi, e vedo persone, e vedo abissi: tutti inchiavardati in un solo individuo.

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Un viso ha gli occhi di tutto il mondo

le sue labbra, due, sono infinite colline rosa sulle cui increspature

soffia il vento pastoso del suo respiro,

e i suoi zigomi chiavi di violino le colorano il viso

profumato come l’aria bagnata di un Luglio Romano.

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Nell’aria condizionata a 20° di una stanza di ufficio di un palazzo incendiato dal sole implacabile di Agosto, alzo lo sguardo e vedo due donne:-Quale scelta di parole hanno fatto per presentarsi al mondo? Sono consapevoli che la scelta l’hanno fatto da sempre? E se non lo fossero?-.

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