ἐρείκη

Ingannato e ammaliato dal suo sorriso pieno

di vuoto e di parole mute,

ho vuotato di appicicoso seme i miei lombi

frementi e agognanti:

castrazione ideale e simulata più volte nelle notti

liquide di birra, nebbiose di fumi.

Di quel tempo rimane il non detto

di quel tempo rimane il nulla dei suoi occhi

di quel tempo rimane l’esperienza di un non-individuo.

I suoi umori rabbiosi bagnavano le mie labbra, i miei occhi

lasciandoli secchi e asciutti, mentre

il suo corpo scomposto, fremente di piacere e di lussuria,

era freddo a contatto con i miei sudori caldi:

voleva sfamarsi di nulla.

Non poteva che esperire niente.

Sete che arde la gola e

solo desiderio smodato consola.

Ma, lei non desiderava,

lei non amava,

lei non era lei:

lei, semplicemente, voleva.

Spasmodicamente ferocemente razionalmente:

il desiderio era la carne.

Nulla più dietro i moti delicati delle mani

dietro i capelli lisci e teneri,

Nulla più dietro le labbra rosee e

spinose che morbide serravano

i miei occhi nello slancio di un presente.

Si può esser due rimanendo soli e abbandonati.

E nella schiuma dell’alba le lenzuola

come sacri sudari cingevano i due soli corpi freddi

che non smarginavano nell’inconscio

profumo di unità.

L’alba divideva ciò che la notte non aveva unito.

Insieme e infiniti rimanevano soli e finiti.

Rimane nulla di questa vita,

Rimane nulla di questo tempo,

Rimane la banalità di un istinto:

risposta rigida ad uno stimolo esterno.

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