NON (puoi non) ESSERE CATTIVO

Lo stesso pontile di Ostia, lo stesso gelato di Amore tossico. In questo modo si apre Non essere cattivo. 

È la storia di Vittorio e Cesare costretti a sopravvivere nella marana  di un’Ostia dei primi anni novanta, tanto vicina a Roma e alle sue facili luci quanto lontana da una vita medio-borghese. Il riferimento al Riccetto di quei Ragazzi di vita  è inevitabile ma al tempo stesso un affronto a quella Roma pasoliniana che oramai sopravvive soltanto nella scazzottata silenziosa tra i due amici. Probabilmente qualunque musica avrebbe sofferto di un attacco claustrofobico se si fosse sprigionata in quella cantina, tinteggiata con amore da Linda, soffocata dalle luci a led dei videopoker. Non v’è nessuna psicologia nei personaggi, alcuna evoluzione ma un lento e continuo rotolarsi e arrabbattarsi nella vita.

Forse, e dico forse, il solo carattere evolutivo è dato dall’acconciatura dei capelli di Cesare: prima tirati dietro da un codino che mettevano in risalto occhiaie profonde, e dopo tenuti sciolti a coprire le stesse occhiaie bagnate da lacrime di rabbia.

Ecco, la rabbia e la violenza semplice e diretta, senza se e senza ma.  Nel corpo e nel contatto fisico si sviluppa tutto il vissuto dei protagonisti. Vittorio tenta di uscire da quella condizione, uniformando i suoi desideri a quelli che sono i desideri concessi dalla società: i soli che si possano desiderare. Mentre Cesare, non può e non deve canonizzarsi. E quindi la sola conclusione, se si può chiamare così, è l’unica possibilità che la società gli concede. Cesare è un surrogato corrotto di un ragazzo di borgata, che tenta ogni giorno di sbarcare il lunario e se non si presenta nulla nella giornata ci sta sempre la spiaggia di fronte al bar per dare due calci a un Super Santos sgonfio.

Ad ogni chicca frantumata, ad ogni botta tirata su per il naso corrisponde, paradossalmente, un avvicinamento alla società che li ha vomitati e tenuti lontano da i suoi piaceri e le sue nevrosi. Il sesso, che nell’immaginario comune borghese, è il primo aspetto ad essere corrotto, non è preso in considerazione. Vi è una generale asessualità benchè vi siano due/tre scene in cui si fa esplicito riferimento.

Terminano i desideri e la gioia di possedere un rudere, crivellato dall’usura e dalla muffa, sopra un divano allagato dal sangue e dalle lacrime. Termina ogni cosa con le urla strozzate dal muto mentre una donna esce con una carrozzina e gli occhi di Vittorio si allagano di gioia nel riconoscere la voglia di vivere del…piccolo Cesare.

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