Una domenica comune.

Metti una domenica comune, come ogni altra domenica vissuta e desiderata lungo tutto il corso di una settimana.

Metti un caldo torrido che appiccica le ossa, scioglie il sudore, secca le speranze.

Metti una città, Roma ad esempio, che vede svuotarsi dei suoi figli troppo occupati a divorarla per poi abbandonarla il week-end. Lasciando le strade, tutte, vuote e scoperte come ferite che arrostiscono sotto un sole famelico.

E via verso il mare caldo di vita e sporco di uomini e di donne.

Da dietro dune sabbiose e rabbiose si levò un vento

carico di di olii e creme abbronzanti mentre

i cardi ancora verdi per le piogge

mitigavano i suoi sbuffi facendoli cantare.

Sui campi dell’Agro Pontino muri di nuvole alluminee

conquistavano il mare e le onde, ai loro piedi,

festeggiavano con fragore e schiuma grigia.

E uomini, miseri, si rifugiarono in scatole di metallo

incolonnandosi e ammirando arcobaleni sui campi gialli

di mietitura e d’arsura.

La sabbia ferrosa proponeva circoli magnetici sulle pelli

pelose di anziani burrosi e unti.

La socialità era persa, la vita abbandonata nei ricordi infantili.

C’è niente da fare all’abbandono e all’oblio

se non ribellarsi ferocemente con atroce vitalità.

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