Circolo di vita

Due gocce di sudore solcarono il viso bianco di luce lunare con riflessi rosa fragola mentre la schiuma amara di una birra rancida rendeva appiccicose le mani. Stavano seduti a un tavolino, loro sei, soltanto loro con identiche risate, identiche parole, identici sguardi e confuse vite. Mentre salirono, spuntando tra le fronde di un alberello gracile come filo di seta, tre ragazze accompagnate da un ragazzo avido di vita e di sera.

C’è qualcosa di sacro nella notte e in quella romana c’è anche un qualcosa di arcaico, primitivo e fresco.

Si fermarono di fronte uno delle ultime cabine telefoniche della città, e sicuramente l’ultimo nel quartiere. Le parole non pronunciavano pensieri ma i corpi sì.  Al quartetto si aggiunse un amico. Adesso, tutti e cinque, sapevano di volere ma dietro sorrisi di plastica e pose feticcie apparivano come non erano, come non volevano. Fu chiaro a cosa alludessero quei rituali e com’era naturale nel vederla quella scena. Era vita spoglia di rincorse ma frugale d’intenzioni. Dieci minuti durò il circolo, dopodichè si aprì a ventaglio lungo il marciapiede e scesero lungo via del Pigneto, verso la notte che li cullava e li accudiva.

Spense la sigaretta, l’ultima di una sera passata a navigare tra i tavolini di acciaio simili a un mare argenteo e sudicio di umori alcolici versati distrattamente. Ne accese un’altra. Il mare era calmo: non v’erano navi da rifornire o chiglie da lustrare. V’era solo il mare di tavolini quadrati, alcuni claudicanti e altri incisi. Finì anche questa sigaretta e i suoi occhi caddero sui volti sereni ma corrugati dal caldo. Erano volti che si scoprivano portando con se le loro vergogne.

Bisognerebbe camminare nel mondo vestiti della propria vergogna. Si tenta sempre di tenerla celata e ricacciarla nelle pieghe di un’anima che non c’è.

Non si può avere la pretesa di possedersi. Ci si può cogliere e di tanto in tanto raccogliere cocci di un mondo attraverso le parole degli altri. Eppure viviamo lo stesso mondo! Ho sempre odiato i punti esclamativi.

Ma da sempre ho memoria d’aver memoria. E sì mi dà fastidio. Ma adesso ho tempo, ho i tempi.

Non attendo più, ora scopro i diversi modi di apparire del mondo.

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