Lacrime

Minuti di silenzio e secondi d’immagini vorticose
e poi…
CAV: chioma al vento.

Nella stretta infinita una vita (due) parla di Silenzio,
nel Silenzio e mai, come in quel momento (inesistente),
si è detto tutto ciò che voleva dirsi e dirLe.

Ricordi il girasole? Ricordi le due rose? Ricordi la laurea?
Ricordo tutto senza averne più memoria
Dimentico nulla nel Cafarnao dell’inconscio

Quanta calma tra le lacrime
della morte piena di vita
nell’imo di occhi ametista.

 

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Del simbolo (1)

Non si sperimenta mai la presenza. È tutto un simbolo anche le più nostre ferree certezze.
Oscilliamo sempre al di là e al di qua dello specchio.
Il simbolo è ciò che rimane dopo un patto, dopo un accordo, dopo un bacio, dopo uno sguardo…dopo una vita.
E quel “Come stai?” che, se è pur la frase d’esordio del mondo (B. Sas), nella sua semplicità disigilla un sentimento mai banale ma instrinsecamente inespresso.
-Descrivi l’aroma del caffè– così scriveva Wittgenstein.
-Descrivi il suo sorriso- così, stupidamente, scrivo io.

Cosa rimane nell’alba umida fra lenzuole calde di sogni? Fermati qua. È già tutto qua.
Ma Kronos divora ogni cosa. Preferisco Kairos.

P:”Una donna e un uomo”. Se si volesse stabilire il valore di verità o falsità di P, credo che il Tempo dell’Universo non risulterebbe minimamente sufficiente.
Perché in questo binomio, forse, risiede il mistero che noi tutti viviamo.
Perché qualcosa piuttosto che il Nulla? Perché il Nulla è più semplice.

L’aria diventa appiccicosa quando ti muovi tra i sogni di una realtà non vera.
Ma quanti sono veri i suoi sorrisi durante le languide notti romane.

È come rotolare giù da una rupe e non vederne mai la fine. Rotoli giù con scossoni
tremendi e ti chiedi:-Il senso?-

Realmente non ci sta alcun senso nascosto dietro le cose.
Quando  si ha un’intuizione si sta fuori dal tempo e bisogna non aver coscienza per cogliere il significato non esprimibile con linguaggio.
Il linguaggio è ciò che ci definisce.

I giorni più grandi della nostra vita sono quelli in cui abbiamo finalmente il coraggio di affermare che il male che portiamo in noi è il meglio di noi stessi.