L’amant double

Definirlo un semplice thriller, oppure, un thriller psicologico sarebbe riduttivo e appiattente.

Ciò che rimane ovvio, uscendo dalla proiezione, è la semplice (e oltremodo irresolvibile) domanda:”Cosa è reale?”
Devo confessare che sono passati giorni e ancora questa domanda non ha trovato risposta.

“Tutto ha origine da una vagina”: questa frase non vuole essere una frase apodittica bensì descrive l’inquadratura di apertura. Uno speculum che entra (ed osserva freddamente) la vagina della protagonista.
Lei (Marine Vacth) è una donna di una bellezza incantevole, glaciale nella secchezza corporea, infuocata negli istinti sessuali benché frigida. È tormentata da incessanti dolori al ventre che la portano a intraprendere l’analisi psicanalitica.
Due sedute e s’innamora follemente del suo psicanalista Paul ed altrettanto velocemente iniziano a convivere.
E nella convivenza, Chloé “compie” scoperte sul lato nascosto (…come quel famoso vocabolario censurato…) del suo compagno. Un lato nascosto che è doppiamente oscuro perchè riguarda il suo gemello dominante.
La scoperta per Chloé è devastante in quanto quel gemello ha il potere di sprigionare i suoi più primitivi, primordiali e irrefrenabili istinti (assieme all’onnipresente istinto di morte). Ma quando sta con Paul pensa di stare con Louis e viceversa.
È una distruzione continua la scoperta che Chloé compie su (se stessa?) Paul.
Come ogni scoperta che vuole raggiungere la verità, si deve accettare il rischio di scoprire i mostri che si hanno dentro e che rimangono celati tra le siepi basse e alte di un giardino cinquecentesco.
Quando si cammina tra mostri, maschere, labirinti si perde completamente la percezione che esista un dentro e un fuori. La dimensione onirica ha la peculiarità di invertire l’irreversibile, confondendo i normali principi di causa-effetto.
E così quando Chloé si trova di fronte due realtà che riteneva non compatibili e, persino, una delle due non esistente: la sola possibilità che ha è quella di distruggere una delle due. Ma compiendo questo gesto, si rivela la sola verità che lei ignorava completamente:
le due realtà erano il riflesso (o generate) da un’altra che rimane celata per tutto il film.
Qui risiede la peculiare bravura di Ozon, non compiere mai (o per lo meno non rendere evidente e ben visibile) lo strappo che quotidianamente viviamo tra sogno e realtà.
Quindi la domanda rimane lì ferma come uno spazio senza tempo o un tempo senza spazio: “Dove risiede il confine tra le due realtà?”.
Chloé l’ha scoperto.

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Van Gogh. L’odore assordante del bianco

-Cos’è che ci terrorizza del candore tetro della bianchezza della balena? L’orrida fissità del suo sguardo?-

Del bianco spaventa l’assenza completa di ogni punto di riferimento: spaziale e temporale. Non ci sta un sopra e un sotto, un prima o un dopo (del resto non ci sono mai… ma questa è un’altra storia “forse”).
Buio. Luci sul palcoscenico.
Scenografia scarna, nuda, essenziale e…bianca. Tutto è bianco: la piantina, il letto, il pavimento (leggermente inclinato:unico segno di spazialità), la luce, la divisa di Van Gogh (A. Preziosi) e infine, le parole e i dialoghi anch’essi bianchi.
Dall’oscurità la sola sorgente di luce è anche la sola sorgente di verità.
La vicenda è nota: Van Gogh è rinchiuso benché socialmente pacifico, soffre di allucinazioni che scuotono la tranquilla (e piatta) vita del paesino di Saint–Remy. Sulla scena si avvicendano (o sarebbe meglio dire: appaiono) nell’ordine: il fratello Theo, i due infermieri, il responsabile del reparto e infine il direttore della struttura.
I dialoghi sono serratissimi, atrocemente ironici, avvolgenti nelle loro sentenze apodittiche. I vari crescendo/diminuendo sono prodromi alle visioni successive.
In quei pochi metriquadri si rimane imprigionati nell’infinita vastità di una mente (geniale, comune, frammentata) che si identifica in frantumi di specchio. Cosicché il fratello è il moi: l’ideale di identificazione.
Ma non potrà mai esserci completa e totale fusione perchè vi stanno distanze fisiche incolmabili (Theo è fuori dalla cella, Vincent è la cella) e distanze mentali non sanabili (Theo è normale, Vincent è un pericolo anormale).
Quando tutti i protagonisti sono in scena, lo spazio diventa incapace di contenere tutte le loro voci, i loro corpi come “una stanza piena di gente” dove ogni voce tenta di prendere il sopravvento sulle altre. Ma è una battaglia fallace: ogni voce è la stessa voce.
L’agognata firma per poter uscire da quel luogo non può mai arrivare poichè non si può percepire il mondo al di fuori di sé stessi.

In ogni singola esperienza “noi” siamo il centro del mondo poichè ogni cosa “accade” (o meglio, ci accade) davanti, di lato, sopra, sotto.
Siamo noi che generiamo tempo e non siamo generati dal tempo. Subiamo irrimediabilmente il peccato originale della bassa entropia. Così, accade che si generino due visioni: quella piatta, automatica e incosciente dove le cose “appaiono e scompaiono” sul proscenio; l’altra è quella consapevole dell’incessante accadere di eventi secondo regole non dettate dalla dicotomia termo-temporale causa-effetto, bensì dalla sola ed unica evidenza (che trae d’impaccio la coscienza finito dimensionale): esiste solo la Relazione.
Ed ecco che il dialogo tra Vincent e il direttore è il solo evento esistente poiché viene esplicitata la triade: Io, l’Altro e la Relazione. In quel dialogo vi è tutto il tormento irresolvibile perché è la coscienza che coglie se stessa (i due specchi paralleli di M. Blanco): esplicitata anche dalla posizione degli attori mai sullo stesso piano ma sempre dislocati su livelli (altezze prospettiche) differenti.
Ora, la luminosità diventa più accecante, le musiche sono unicamente percussioni: un crescendo che non può esser contenuto/percepito da una sola coscienza (quella di Vincent che tenta di rivolgersi al buio incosciente del pubblico),e neanche da tutte le coscienze contenute in quel momento.
È l’esplosione irrefrenabile ed incontenibile del sentimento-emozione.
È il materializzarsi sinestetico dell’odore assordante del bianco.