Del simbolo (1)

Non si sperimenta mai la presenza. È tutto un simbolo anche le più nostre ferree certezze.
Oscilliamo sempre al di là e al di qua dello specchio.
Il simbolo è ciò che rimane dopo un patto, dopo un accordo, dopo un bacio, dopo uno sguardo…dopo una vita.
E quel “Come stai?” che, se è pur la frase d’esordio del mondo (B. Sas), nella sua semplicità disigilla un sentimento mai banale ma instrinsecamente inespresso.
-Descrivi l’aroma del caffè– così scriveva Wittgenstein.
-Descrivi il suo sorriso- così, stupidamente, scrivo io.

Cosa rimane nell’alba umida fra lenzuole calde di sogni? Fermati qua. È già tutto qua.
Ma Kronos divora ogni cosa. Preferisco Kairos.

P:”Una donna e un uomo”. Se si volesse stabilire il valore di verità o falsità di P, credo che il Tempo dell’Universo non risulterebbe minimamente sufficiente.
Perché in questo binomio, forse, risiede il mistero che noi tutti viviamo.
Perché qualcosa piuttosto che il Nulla? Perché il Nulla è più semplice.

L’aria diventa appiccicosa quando ti muovi tra i sogni di una realtà non vera.
Ma quanti sono veri i suoi sorrisi durante le languide notti romane.

È come rotolare giù da una rupe e non vederne mai la fine. Rotoli giù con scossoni
tremendi e ti chiedi:-Il senso?-

Realmente non ci sta alcun senso nascosto dietro le cose.
Quando  si ha un’intuizione si sta fuori dal tempo e bisogna non aver coscienza per cogliere il significato non esprimibile con linguaggio.
Il linguaggio è ciò che ci definisce.

I giorni più grandi della nostra vita sono quelli in cui abbiamo finalmente il coraggio di affermare che il male che portiamo in noi è il meglio di noi stessi.

Manon

Manon, frugavo nelle mie tasche affondando nel profumo autunnale e pastoso di miele
con il tuo Baudelaire totale, tendre et tragique
mentre il pianto del cielo bagnava le dune antiche di Ostia.
Restavi seduta, distratta, avvolta nelle maglie larghe di lana saporita
e, giocando con l’anello al dito vincevi
ashen lady
sul tramonto che allagava la tua pelle bianca.
Lars aveva ragione –Non si possono odiare i tramonti-
Et moi, comme un liseron des dunes, revais tes douces
racines, sans peur
sans désir, sans volonté
quando il si-bemolle delle tue risa soffondeva la mia anima.
Posava l’ambra gocce timide sulla tua schiena calda di vapori
e, la scia dei tuoi occhi rigava lo specchio:
ti guardavo,
ridevi come Naiade alla fonte.
Nell’ora tarda fresca di cannella dividevo il mondo,
tra le tue braccia calde di notte,
e, tenendolo unito con la trama della tua anima: aria bagnata
contraevo lo spazio e dilatavo il tempo.
And the world spins around and I didn’t care anymore.
Nei tuoi occhi la mia contraddizione
sulle tue labbra la mia confutazione.
Fioriva Roma avvolta nel biondo abbraccio del Tevere eterno
di ippocastani, di gelsomino, di fiori d’arancio:
quando sulla tua schiena rorida
si adagiava mollemente tenera la vita…
Tutto questo evocava
l’infinito Aleph-zero…E
Nulla più, Manon.