Il Concerto

Cosa hanno in comune un addetto alle pulizie del teatro Bolshoi, un autista di un’ambulanza scassata e fumosa ed una violinista di fama mondiale?
Il Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 (da cui il titolo del film).

Può un sogno durare più di 20 anni? Può condizionare concretamente le vite di tutte le persone che compongono un’orchestra? Sì senza dubbio alcuno, perchè al sogno non appartiene alcuna dimensione temporale né tantomeno quella spaziale. È l’ossessione che guida tutta una vita alla ricerca di quel qualcosa che darebbe senso senza alcun bisogno di alcun’altra spiegazione.
E, l’occasione accade (perchè non ci sono cose ma eventi) ad Andrei Filipov quando finge d’esser il direttore d’orchestra del famoso (e decadente) Bolshoi di Mosca.
Inizia così l’avventura assieme al suo amico di una vita Sacha, violoncellista e autista di un’ambulanza residuato bellico post-comunista. I due tenteranno di scovare tutti i componenti della vecchia orchestra tra le strade di una Mosca post-capitalistica; così tra mercatini, case diroccate, vendite a domicilio tutti i componenti sono trovati/ritrovati e si parte alla volta del Théâtre du Châtelet di Parigi.
Qui, a Parigi, la ricerca sembra cessare dopo una cena (“è vodka…ma è francese” cit. Andrei) con la prima violinista Anne-Marie Jacquet, la quale non vuole che un concerto si trasformi in una seduta di psicoanalisi. Ma Anne-Marie è anche (e soprattutto) Lea e toccata dal tocco di un violinista gitano:


Tieni bambina, io non rubo.-
Come hai fatto questo?-
-Con mia mano.-
-Ma quale ditteggiatura hai seguito per essere così
armonioso, io non l’ho mai vista? Scusi ma dove ha studiato?-
-Andrei! Ma da dove esce questa bambolina? Di che cosa sta parlando?-

Il concerto inizia.
Ed è una scena di 15/20 minuti di pura estasi, durante la quale Andrei e Anne-Marie, oramai Lea, si dicono tutto oltre ogni linguaggio e meta-linguaggio. Gli occhi paterni di Andrei si posano sulla violinista con una tale delicatezza sconfitta unicamente dalla armoniosa bellezza di Anne-Marie/Lea: vero centro armonico della partitura tutta.
È un crescendo in tre parti:

  • Allegro moderato—Moderato assai
  • Canzonetta. Andante
  • Finale. Allegro vivacissimo

In cui l’orchestra accompagna Anne-Marie alla scoperta della Verità e porta Andrei al raggiungimento dell’Armonia. È una successione di campi e contro-campi incessante, avvolgente e commovente. Nelle evoluzioni, negli attacchi, nei vibrati, nei glissati si può osservare il crescendo di consapevolezza di Anne-Marie che volta completamente le spalle al pubblico per rivolgersi verso l’orchestra, quasi sconvolta dalla verità che sta ascoltando da “loro”.
Ed è vero che si può dire tutto senza bisogno di utilizzar parole perchè in loro il senso non risiede se non esclusivamente nell’uso di cui se ne fa. Mentre l’armonia è la scoperta sincronica della verità in cui l’orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l’armonia.
Chi non desidera conoscere occhi nocciola per il tempo di un concerto?

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Lacrime

Minuti di silenzio e secondi d’immagini vorticose
e poi…
CAV: chioma al vento.

Nella stretta infinita una vita (due) parla di Silenzio,
nel Silenzio e mai, come in quel momento (inesistente),
si è detto tutto ciò che voleva dirsi e dirLe.

Ricordi il girasole? Ricordi le due rose? Ricordi la laurea?
Ricordo tutto senza averne più memoria
Dimentico nulla nel Cafarnao dell’inconscio

Quanta calma tra le lacrime
della morte piena di vita
nell’imo di occhi ametista.